Al contrario di quel che si può pensare i viaggi più lunghi di 15 giorni negli ultimi anni sono sempre aumentati. Questo non può vuol dire altro che le persone, quando possono, sempre di più vogliono vivere i luoghi e non solo visitarli.
Il fatto è che da un punto di vista meramente geografico tutto il mondo è stato scoperto ed esplorato, non ci sono più territori vergini ancora da segnare sulle mappe. Proprio l’ansia di scoprire nuovi luoghi prima di piantare bandierine che dicono “ci sono stato!” nella propria mappa ideale ha fatto vedere nuovi posti ma non ha permesso di guardarli. Gli occhi spesso sono stati quelli di chi passa veloce, già pensando alla prossima tappa, magari facendo foto da mostrare agli amici.
Non è più il tempo di questo tipo di viaggi: non esiste un posto dove almeno un tuo conoscente non sia stato, per quanto ci si sforzi di essere originali, l’agenzia di viaggio sotto casa avrà già pronto un pacchetto viaggio che comprende la tua destinazione e un gruppo di pensionati Telecom pronto a partire zaino in spalla perché ormai il turista non si limita più alla classica vacanza in hotel Ischia o in Egitto in un resort Marsa Alam ma parte senza farsi troppi problemi per un viaggio in Giappone o in Perù.
Il fatto che il viaggio sia diventato ala portata di (quasi) tutti è anche coinciso con la sua fine. E meno male, perché dal nostro punto di vista, quello dei viaggiatori veri, dal Grand Tour in poi il Viaggio ha vissuto, più che una democratizzazione o un’apertura, una vera e propria agonia. Siamo contenti che sia finita.
Quello che ci rimane adesso è capire. Capire dove si sta andando e dove si è arrivati. L’obiettivo recuperare il valore dell’esplorazione e della conoscenza. La nostra scoperta non sarà più geografica, ma culturale e spirituale.
Ai prossimi che vi racconteranno di aver fatto un viaggio organizzato o di aver seguito una guida, per quanto cool, be’, dite pure che alla fine non si sono mossi da casa…


